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- La lezione del mister Arrigo Sacchi

ARRIGO Sacchi, dopo i trionfi del suo Milan lei è stato definito un rivoluzionario, un vero Copernico del pallone. Un’etichetta giusta? «Ho solo cercato di interpretare il calcio secondo i dettami dei suoi padri fondatori: uno sport offensivo e di squadra». Cioè il contrario del classico catenaccio all’italiana? «Io parto dal principio che, nello sport come nella vita, contano i valori. Una vittoria senza merito per me non è una vittoria e se fai tutto quello che puoi, ti realizzi anche perdendo. Bellezza e armonia sono le prerogative per fare un calcio spettacolare e vincente. Se questa filosofia in Italia suona strana, allora sono un rivoluzionario». Lei si è sempre paragonato a un direttore d’orchestra... «Sì perché nel gioco, l’elemento preponderante non è il singolo ma la squadra, cioè l’orchestra. Pensate, se il grande Pavarotti si fosse messo a cantare ‘Volare’ nel bel mezzo dell’Aida, avrebbe mandato all’aria tutto lo spettacolo. Anche chi ha grandi qualità deve mettersi al servizio della squadra». Dicono che lei fosse allergico ai fenomeni. Non è un caso se entrò in attrito con Van Basten e prese del matto da Baggio per una sostituzione durante i mondiali americani del ’94. «Van Basten un giorno mi disse: mister lavoriamo troppo, così non mi diverto. Gli spiegai che chi gioca al calcio è un privilegiato. E se attraverso il lavoro fosse riuscito a trasmettere ogni domenica forti emozioni al pubblico, i suoi tifosi gli sarebbero stati grati per tutta la vita. Baggio invece capì col tempo che in quella partita con la Norvegia decisi di sacrificare il suo talento per far vincere la squadra: l’espulsione di Pagliuca non mi lasciava scelta, dovevo salvare la mia orchestra». La lezione del suo calcio si può applicare al nostro Paese? «Il calcio è una metafora molto efficace della vita. Questa è una nazione dove si disconosce il merito, dove impera la cultura del sotterfugio. Viviamo da furbetti, cerchiamo scorciatoie, espedienti. E invece servono coraggio, generosità, bellezza, idee. Sono questi gli elementi che rendono l’uomo libero. Credo che serva una vera rivoluzione culturale per trasformare l’Italia». Lei è stato, in campo calcistico, il grande paladino di Berlusconi, l’uomo che ha puntellato l’immagine vincente del Cavaliere con i trionfi del grande Milan. Un ruolo scomodo? «Per niente. Considero Berlusconi un illuminato, un anticipatore dei tempi. Nel calcio non concepiva la vittoria senza bellezza, senza la qualità del gioco. Mi chiamò al Milan dopo una partita di Coppa Italia. Col mio piccolo Parma avevo fatto fuori il suo Milan, attaccando anche con i terzini. Lui era in piena campagna acquisti televisiva, stava ingaggiando Pippo Baudo e la Carrà per le sue reti...». E per il calcio si rivolse a lei... «Berlusconi sapeva mettermi a mio agio, parlavamo la stessa lingua, volevamo fondare il successo su valori importanti, scegliendo giocatori motivati, intelligenti ed entusiasti. Quando firmai il mio primo contratto con il Milan, lo feci in bianco. Dissi a Galliani e Paolo Berlusconi: ‘O siete dei geni o siete dei matti’. Alla fine ebbero ragione loro. Ma in quella prima stagione guadagnai meno che al Parma». Torniamo a Berlusconi. Lei si è ritirato dal calcio nel 1999: che effetto le fa vedere il suo patron ancora in campo nell’agone politico? «Mi viene da usare uno slogan pubblicitario: più lo spingi giù e più ritorna su. Il Cavaliere ha grandi vedute, è molto più giovane della sua età anagrafica e ha una spiccata sensibilità per i veri bisogni della gente. Politicamente lo stimo molto, una considerazione che va aldilà di amicizia e riconoscenza. Andare controcorrente in Italia non è mai facile, lui ci è riuscito e ha saputo durare nel tempo, a dispetto di chi voleva distruggerlo. Un vero fenomeno». Lei, da italiano atipico, ha deciso anche di dimettersi sul più bello quando guidava l’Atletico Madrid... «Il calcio è stato sempre la mia passione, ma anche la mia dannazione. Quando allenavo davo tutto, mi impegnavo ai limiti dello stress psicofisico, avevo problemi di stomaco, non riuscivo a prendere sonno, ero vittima della mia ossessione». Ecco perché la chiamavamo Khomeini, il «fondamentalista» o anche il «matto di Fusignano’». «C’è esagerazione in quelle parole, ma è vero che in ogni società, compreso il Milan, io firmavo per un anno solo. Non ero mai sicuro di reggere lo stress del campo per un’altra stagione. Ho usato lo stesso impegno dal Fusignano al Rimini, fino al Milan e all’Atletico. Quando mi chiesero perché lasciavo con quel contratto da favola risposi: non mi interessa essere il più ricco al cimitero». Come vive oggi Arrigo Sacchi all’ombra del suo mito? «Seguo il calcio a 360 gradi, faccio il commentatore per Mediaset, partecipo a convention aziendali dove cerco di applicare le mie idee in un contesto sociale. Insomma nel mio ambito ce la metto tutta per cambiare questo Paese». L’Italia del pallone fuori dai Mondiali è un altro segno del nostro fallimento? «Il nostro Paese vive alla giornata e raccoglie quello che semina, cioè quasi nulla. Nel calcio italiano non c’è scuola, non c’è programmazione, la Spagna ha 14 centri federali noi uno, il mondo corre veloce e noi siamo continuamente impegnati a rincorrere». Chi vorrebbe come presidente federale dopo Tavecchio? «Nomi non ne faccio, ma è il sistema che deve cambiare. In Italia le nomine sono frutto di inciuci e alleanze a tutti i livelli. Mi auguro che si cambi registro, che finalmente si modifichino i costumi». Che cosa potrà salvare il nostro Paese, se esiste una medicina? «Serve un salto culturale importante, un’operazione che ha bisogno di tempi lunghi. Siamo uno dei Paesi più corrotti al mondo, finché non capiremo che cultura e merito valgono più di ogni altra cosa, la nostra resterà una piccola Italia». notizia tratta da La Nazione www.lanazione.it

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